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Cinema Naturale (G. Celati)

celati cinema naturale Finalmente, di nuovo, una lettura “italiana”. Una boccata d’aria fresca.

Non che la letteratura straniera mi dia noia, solo, di tanto in tanto, è bello ritrovarsi in certi modi di dire, di pensare e di scrivere. Una scrittura cinematografica direi, quella di Celati (nel vero senso della parola, visto il titolo di questa particolarissima raccolta di racconti), che si riflette sia nell’atmosfera generale delle ambientazioni, che nella tecnica narrativa “a salti”, paragonabile a quella filmica del “montaggio alternato”. La sua è una battaglia contro il fardello del reale che cerca di vincere con ogni mezzo a disposizione, che sia la penna o la macchina da presa.

Nella pagina Celati è alla continua ricerca del “parlato”, dell’azione quotidiana, che traduce nell’esasperante ripetizione di frasi o di esclamazioni, di cui è maestro. Schiere di emulatori si sono adoperati con scarsi risultati nella tecnica della duplicazione: se non siete Celati, datevi pure al Ramino, che è meglio. La ripetizione “alla Celati” non è fine a se stessa ma sottende una sorta di nevrosi dei personaggi, avulsi da qualsiasi tipo di sanità mentale, tanto che a un certo punto viene da chiedersi se siano svegli, se stiano sognando o se invece siano morti e quello a cui si assiste altro non sia che il loro ultimo delirio pre-mortem. Incastrati nel loro stesso processo mentale, non progrediscono, inciampano in situazioni sempre uguali che sempre avranno la meglio su di loro. Sembra di rivedere i tipici personaggi alla Beckett, solo più reali.

Storie assurde e grottesche, che lasciano un margine di perplessità a fine lettura, dal momento che arrivati in fondo se ne sa quanto prima e si rimane a fissare la pagina con lo sguardo inebetito di chi si è svegliato da poco. Disorientamento dato anche dall’attitudine dello scrittore di parlare continuamente a se stesso e di rispondersi con altrettanta naturalità, come se quello che si sta leggendo (o scrivendo, nel suo caso) non sia affatto un libro, ma una conversazione avvenuta casualmente chissà dove, chissà come. «Sono racconti di studenti e girovaghi, di qualcuno che vuole diventare santo nel deserto e qualcun altro che si perde correndo dietro alle voci, d’un ragazzo che corteggiava sua mamma e d’un mendicante che diceva di aver parlato con Dio, senza trascurare la donna che a forza di parlare al telefono metteva i suoi pensieri nella testa di un altro. Poi c’è la storia della prima volta che sono sbarcato in America, la storia di una celebre modella, e infine il racconto di Cevenini e Ridolfi che si perdono in Africa».

America, Africa. Il paesaggio è fondamentale, alla stregua dei personaggi. È un paesaggio agente, pensante, motore della storia, in conflitto con l’uomo. Non è un caso che Celati sia anche documentarista, oltre che scrittore. È da poco uscito per la Fandango un cofanetto dal titolo “Cinema all’aperto” contenente i tre documentari “Strada provinciale delle anime”, “Il mondo di Luigi Ghirri”, “Case sparse – Visioni di case che crollano” e un libro di testi di Celati sul cinema, correlato di interviste e approfondimenti critici sulla sua attività di regista. Fatto curioso è che la scrittura, anagraficamente precedente alla regia, riporti dall’inizio un’ossessione notevole per l’immagine.

Occhio cinematografico o penna immaginifica? Entrambe. Direi che una non vive senza l’altra, dal momento che «… Scrivendo o leggendo racconti si vedono paesaggi, si vedono figure, si sentono voci: è un cinema naturale della mente e dopo non c’è più bisogno di andare a vedere i film di Hollywood». Forse la risposta è nella frase di un suo personaggio: «Da giovane parlavo molto, mi piaceva parlare, ma poi mi è passata la voglia». Non preoccupatevi: Celati scrive ancora e scrive bene; solo –forse- parla un po’ meno, ma a noi questo non nuoce.

Voto: 7/8

Info libro:

scritto da Gianni Celati Edito da Feltrinelli 2003, 197 pagine